01 giu 2016

Il meme egoista: la deriva autoreferenziale delle serie TV

Noi siamo macchine per la sopravvivenza, veicoli automatici ciecamente programmati per preservare quelle molecole egoiste conosciute come geni. Da lungo tempo penso che la biologia dovrebbe apparire eccitante come un romanzo di favole, perché la biologia è esattamente una storia di magie. 

Li consumiamo ogni giorno sui Social Media, ma — per quanto possano sembrare un fenomeno recente — vi siamo immersi ormai da tempo immemorabile. Costituiscono, infatti, il principale meccanismo di diffusione di contenuti a disposizione degli esseri umani; che, con l’avvento del Web partecipativo, ha trovato una potentissima cassa di risonanza, in grado di raggiungere potenzialmente l’intera popolazione mondiale. Sono i memi.


Cos’è, innanzitutto, un meme? Secondo la definizione di Richard Dawkins, che ha coniato il termine (nonché autore della citazione iniziale), si tratta di una “unità autopropagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene rappresenta per la genetica. Si comporta come un virus che trasporta cultura e che riesce a replicarsi da sé, indipendentemente da chi l’ha creato (ammesso e non concesso che sia possibile risalire al suo creatore). I memi hanno dunque una grande utilità per tutti noi: ci permettono di trasmettere usi e costumi, sia in verticale — da una generazione all’altra — sia in orizzontale — da un luogo all’altro all’interno della stessa generazione. Per fare un esempio: la religione sarebbe un coacervo di memi, che grazie alla forza con cui si radicano nella mente umana le permettono di sopravvivere nel corso dei millenni, in modo quasi immutabile.

08 feb 2015

Di cosa parliamo quando parliamo di scienza

L'autorevole rivista Scientific American ha pubblicato una lista dei paper scientifici più discussi nel 2014. O meglio, un'analisi della differenza tra le ricerche più dibattute dagli scienziati e quelle più dibattute dal grande pubblico, in particolare attraverso i social media. Quali sono i temi scientifici che le due categorie di utenti - esperti e meno esperti - trovano più interessanti?

Lo studio è stato svolto da Altmetric LLC, tracciando il numero di citazioni dei paper in 14 canali online che comprendono circa 5'000 fonti. La divergenza si nota, eccome, dalla rappresentazione grafica che ne è stata ricavata.












I paper discussi sui canali più accademici (cerchi blu) sono molto diversi da quelli discussi sui social media (cerchi gialli, arancioni e rossi). Ma di cosa si parla di più, esattamente, sulle varie piattaforme?

21 gen 2015

La solitudine dei numeri uno

I film hollywoodiani sui grandi scienziati sono - necessariamente - delle forzature, tanto alla carriera quanto alla vita dei personaggi rappresentati.
A Beautiful Mind ne era già stata una dimostrazione, e The Imitation Game ha confermato la regola.

Può essere considerato un uso sapiente dello stereotipo: il quale non è necessariamente un male. Gli stereotipi assolvono, infatti, anche una funzione positiva, rappresentando un’utile sintesi di
conoscenze condivise: il buon selvaggio e il cattivo selvaggio sono, del resto, entrambi stereotipi.
Pensandoci bene, non c’è niente di intrinsecamente sbagliato nel generalizzare: la scienza stessa è costruita su astrazioni dal particolare al generale. 

La rappresentazione dello scienziato come genio solitario è, però, un'esagerazione che rischia - proprio tramite il grande schermo - di compromettere la comprensione pubblica dei meccanismi della scienza. E, di conseguenza, di attribuire alla ricerca un ruolo politico ben più banale di quello che dovrebbe effettivamente ricoprire (vedi il caso Stamina, o la vicenda del terremoto in Abruzzo).

Un esempio paradigmatico di tutto ciò è Isaac Newton. Aveva una passione pura e disinteressata per la comprensione del mondo, ma non lavorava affatto per il bene dell'umanità. Durante la sua vita ebbe molta fama e riconoscenza, ma nessuno con cui condividere le sue gioie. Convincerlo a socializzare sarebbe probabilmente stato più difficile di obbligare un gatto a fare il bagno.


Nato il 25 dicembre 1642 (come un regalo di Natale imprevisto), lo scienziato inglese era odiato dai compagni di scuola e persino dalla servitù familiare. Ma, una volta da solo, dava il meglio di sé: scettico su tutta la produzione di Aristotele, che all'epoca rappresentava il cuore del curriculum universitario, iniziò il suo lungo viaggio verso un nuovo modo di pensare nel 1664. Leggeva Keplero, Galileo e Descartes.

06 ott 2014

Il dito medio di Galileo

“Il dito di Galileo assalito nel corteo
diventato mito per alcuni come Clooney George”
— Caparezza



01 mag 2014

Perché c'è bisogno di più Software Engineer

Ci sono molte persone, in Italia e all'estero, che studiano Informatica (in inglese, Computer Science) a livello universitario. Ci sono poche persone, però, che grazie a questi studi diventano bravi programmatori (in inglese, Software Engineer).
Tra la teoria e la pratica, ci può essere di mezzo il mare.
Il problema è che, nel sistema attuale, non è possibile apprendere direttamente i principi della programmazione: ciò che si può fare è ottenere una laurea in Informatica.

Fonte: techwench.com

Niente di male. Tuttavia, è chiaro che l'obiettivo di un titolo del genere non è avere un lavoro in ambito tecnologico, e in un momento in cui questo settore è affamato di talenti si tratta di un problema. Un grosso problema.
Passare da una laurea in Informatica a un lavoro come Software Engineer richiede un impegno da autodidatti e lavoratori autonomi. E non è giusto.