10 giu 2013

Data Journalism: finalmente una "terza cultura"?

Essere giornalisti non vuol dire soltanto scrivere. Per fare informazione, non è più sufficiente avere un bello stile: oltre alle conoscenze letterarie, servono anche quelle tecniche. Ciò non significa necessariamente essere esperti di una "disciplina", anzi spesso è più utile il contrario: abbracciare diversi settori culturali, appartenenti tanto all'umanesimo quanto alle scienze. L'uso dei numeri, poi, facilita di molto il lavoro del reporter, da un lato fornendo solide basi per i suoi reportage, dall'altro permettendogli di illustrare in modo più accattivante i suoi risultati.

Tutto questo è "Data Journalism".
Un approccio all'informazione che, attraverso l'uso di database, mappe digitali e software di analisi, racconta una notizia o un fenomeno con un output visivo, spesso fondendo i diversi elementi a disposizione dell'autore.

Nel 1861 Charles Joseph Minard rappresentò, attraverso un grafico seminale, la disastrosa marcia su Mosca di Napoleone e le quattro diverse variabili che contribuirono al suo fallimento.
Questa viene ancora considerata la prima infografica della storia.
Per lo sviluppo di questo settore sono fondamentali gli Open Data: grandi archivi pubblici che mettono a disposizione di tutti i cittadini i dati relativi a diversi settori della vita collettiva. Su questo, purtroppo, l'Italia non eccelle. Nel mondo anglo-sassone l'esperienza è più lunga: il data.gov statunitense e il data.gov.uk britannico garantiscono un accesso ai dati pubblici molto maggiore rispetto alla Legge n. 241 del 1990 in Italia. Il portale www.dati.gov.it ha recentemente pubblicato un rapporto sullo status degli Open Data nel nostro Paese: accompagnato da cinque infografiche, ri rivela particolarmente utile anche perché aggiornato constantemente.
Tuttavia, non è tanto una questione di legislazione, quanto di cultura: bisogna imparare, anche nel nostro Paese, che  una semplice infografica può essere più potente di mille articoli.

È ciò che ha provato a trasmettere Alberto Cairo durante l'appuntamento di Exhibitionist dal titolo "Infografica: l'arte di visualizzare informazioni. Questo information designer di origini italiane ha recentemente pubblicato un libro (omonimo del suo sito web) in cui illustra i principi fondamentali che, a suo parere, dovrebbero ispirare il lavoro di chi opera in questo settore. Principi semplici, ma proprio per questo diretti e utili.


Le applicazioni che si possono vedere sui quotidiani sono frutto della collaborazione con agenzie demoscopiche, che hanno però la tendenza a sopravvalutare l'aspetto numerico a discapito di quello visivo: è il caso di Il Corriere della Sera/Renato Manheimer e di la Repubblica/Ilvo Diamanti.
Quello che manca è l'approccio grafico al giornalismo: ossia, una figura che integri i due rami.
La creazione, attraverso appositi percorsi educativi, di simili figure avrebbe un altro vantaggio: il superamento della contrapposizione, in Italia mai superata, tra cultura umanistica e cultura scientifica. Il confronto aperto e serrato tra gli esponenti di diverse attività intellettuali concorrerebbe alla definizione di una nuova sintesi, costituita dalla Terza Cultura.

Uno dei lavori di Alberto Cairo
Nel 1959 il fisico e novellista inglese Charles P. Snow scrisse un famoso libro dal titolo "Le due culture", nel quale parlava della divisione fra scienziati e umanisti e prediceva l'emergere di una nuova cultura, in cui i letterati avrebbero fatta propria la scienza per poi comunicarla al pubblico. È avvenuto, piuttosto, il contrario: diversi scienziati hanno cominciato a preferire la pubblicazione di libri alla redazione di articoli per riviste specializzate. La scienza è così diventata più interdisciplinare e "popolare", incidendo anche su alcune scelte importanti per l'intera società. Nel 1991 John Brockman - agente letterario, impresario culturale e scrittore - ha chiuso il cerchio definendo in maniera più chiara la terza cultura e formalizzandola in Edge, una fondazione che riunisce menti eccelse con lo scopo di promuovere la discussione su importanti temi culturali.

Non è tuttavia necessario essere dei filosofi à la Daniel Dennett per contribuire al connubio tra lettere e scienza: può "bastare" essere un (ottimo) information designer

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