27 apr 2014

Si scrive fascista, si Legge 40

Per oltre cinquant'anni giornalisti, politici, responsabili di musei e altre figure professionali hanno cercato di lavorare sul rapporto tra la ricerca scientifica e la sua audience, cercando di migliorare la “comprensione pubblica della scienza”. Una locuzione quanto mai inafferrabile: non c'è infatti un consenso diffuso né sugli obiettivi della comunicazione scientifica, né sulle caratteristiche di questa famigerata comprensione. Per tal motivo, molti esperti hanno indagato i diversi aspetti del tema, andando in cerca di una definizione utile anche dal punto di vista operativo.

Un primo paradigma di divulgazione scientifica, storicamente parlando, è quello sviluppatosi con il nome di «deficit model»: espressione che mette in evidenza come il pubblico venga considerato culturalmente inferiore all'élite degli addetti al settore, che si deve pertanto assumere il compito di riempire il vuoto lasciato dall'apprendimento tradizionale.

Si è quindi passati a schemi più complessi, che tenessero in considerazione sia il contesto in cui la comunicazione avviene, sia il patrimonio di conoscenze in possesso delle popolazioni locali oggetto (si badi – non semplici destinatarie) del processo.

Ma come si traduce, nel nostro Paese, questo coinvolgimento diretto del grande pubblico? Gli ultimi casi italiani non depongono bene: quello della fecondazione eterologa è, nella sua attualità, paradigmatico. La famigerata legge 40 ("Norme in materia di procreazione medicalmente assistita"), approvata il 19 febbraio 2004 da un Parlamento a maggioranza conservatrice, è stata praticamente smantellata, punto per punto, dalle sentenze della Corte Costituzionale, un organismo che non rispecchia la volontà popolare.

13 apr 2014

Scienza, tecnologia e Università: come misurare il declino?

Definire e, soprattutto, misurare la cultura scientifica e tecnologica di un Paese è un’impresa ardua. Sia per la diversa interpretazione che di essa hanno i numerosi attori sociali che ne sono coinvolti, sia per le molteplici e spesso imprevedibili ricadute che scienza e tecnologia hanno nelle società contemporanee.

Esistono tuttavia dei paradigmi che hanno provato a esemplificare i flussi e gli indicatori che caratterizzano l’appropriazione, da parte di individui e gruppi, della cultura scientifica e tecnologica. Benché di non immediata comprensione, è proprio questo - “appropriazione” - il termine chiave dell’intera questione: solo se metabolizzato in modo chiaro e onesto da tutti i protagonisti della realtà nazionale e internazionale, è possibile fornire uno schema di interpretazione teorico e pratico del rapporto tra cultura, ricerca e società.

A questo scopo, occorre superare a livello metodologico la scissione tra dimensione individuale e dimensione sociale: cosa sono, i cittadini, se non entità sociali, nate e cresciute in un contesto sociale che li forma in tutti gli ambiti della loro esistenza? Le modalità con cui i singoli si appropriano della cultura scientifica e tecnologica sono dunque fortemente influenzate da quelle della società nel suo complesso, in particolare per mezzo delle sue istituzioni.


09 apr 2014

Live fast, die old

La nomina del premier più giovane della storia della Repubblica italiana ha riacceso, recentemente, l'eterno confronto tra generazioni che - soprattutto da quando la crisi finanziaria si fa sentire più pesantemente - ha un significato non soltanto culturale, ma anche economico.

Tuttavia, il dibattito spesso non va oltre la superficie, limitandosi a banali considerazioni sul livello di tutela garantito dai sindacati agli anziani, naturalmente a spese dei giovani. Come se per garantire più diritti agli uni fosse necessario sottrarne agli altri.


Il rischio peggiore di questo modo di ragionare non è tanto politico - chi governa ha spesso l'interesse a creare contrapposizioni, come recita l'antico adagio del terzo che gode - quanto soprattutto sociale: mettere nipoti contro nonni è una mossa pericolosissima, poiché rischia di erodere quella poca coesione che è rimasta nella società post-post-moderna (cronologicamente parlando).

03 apr 2014

DARPA scommette sulle bio-tecnologie

DARPA, il Dipartimento della difesa statunitense specializzato nella ricerca e nello sviluppo in ambito militare, ha annunciato il lancio di un progetto relativo alle biotecnologie. Tutti i lavori attualmente in corso verranno infatti unificati sotto un unico slogan:"Biological Technologies Office".

Si tratterà dell'hub che concentrerà tutta la ricerca in ambito biotech - dalla teoria sulla diffusione delle epidemie alla pratica delle protesi avanzate. Prima della nascita del BTO, DARPA collaborava con una serie di biologi, ingegneri, neuroscienziati, tutti interessati a condividere conoscenze ed esperienze ma disseminati in numerosi uffici separati. D'ora in poi, invece, la concentrazione di queste figure permetterà non solo la realizzazione di iniziative in cooperazione, ma anche l'attrazione di nuovi esperti. 

01 apr 2014

Milano: #mmguru & la smart city

Se non fosse per selfie, la parola del momento sarebbe sicuramente smart.
Un aggettivo all’apparenza semplice che ha acquisito, negli ultimi anni, una varietà di connotazioni che nemmeno il linguista più innovatore avrebbe potuto immaginare. La tecnologia è la prima ad essere smart, con una gamma di applicazioni che abbraccia automobili, case ed elettrodomestici. Con l’avvento dei wearables poi, oltre ai cellulari sono smart anche braccialetti, cuffie, occhiali, orologi, scarpe.

Ma cosa significa, oggi, essere smart, o meglio vivere smart?
Intelligenti dovrebbero essere innanzitutto gli uomini e le donne, a loro volta in grado di rendere intelligenti i prodotti e i servizi che utilizzano. Se si lascia troppo spazio al dominio degli oggetti, innamorandosi di un determinismo tecnologico che nemmeno Marshall McLuhan, un futuro prossimo à la “Her” è tutt’altro che impossibile.


Intelligenti possono essere anche le città. Anzi, è proprio ciò su cui puntano gli Stati e gli organismi come l’Unione Europea. La sostenibilità – ambientale, economica, sociale – e la necessità di garantirla alle generazioni venture, sono le prime leve che stanno spingendo le grandi metropoli, non solo quelle dell’Occidente, a diventare finalmente intelligenti, ripensando il loro rapporto con l’ecosistema e con i cittadini.