01 giu 2016

Il meme egoista: la deriva autoreferenziale delle serie TV

Noi siamo macchine per la sopravvivenza, veicoli automatici ciecamente programmati per preservare quelle molecole egoiste conosciute come geni. Da lungo tempo penso che la biologia dovrebbe apparire eccitante come un romanzo di favole, perché la biologia è esattamente una storia di magie. 

Li consumiamo ogni giorno sui Social Media, ma — per quanto possano sembrare un fenomeno recente — vi siamo immersi ormai da tempo immemorabile. Costituiscono, infatti, il principale meccanismo di diffusione di contenuti a disposizione degli esseri umani; che, con l’avvento del Web partecipativo, ha trovato una potentissima cassa di risonanza, in grado di raggiungere potenzialmente l’intera popolazione mondiale. Sono i memi.


Cos’è, innanzitutto, un meme? Secondo la definizione di Richard Dawkins, che ha coniato il termine (nonché autore della citazione iniziale), si tratta di una “unità autopropagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene rappresenta per la genetica. Si comporta come un virus che trasporta cultura e che riesce a replicarsi da sé, indipendentemente da chi l’ha creato (ammesso e non concesso che sia possibile risalire al suo creatore). I memi hanno dunque una grande utilità per tutti noi: ci permettono di trasmettere usi e costumi, sia in verticale — da una generazione all’altra — sia in orizzontale — da un luogo all’altro all’interno della stessa generazione. Per fare un esempio: la religione sarebbe un coacervo di memi, che grazie alla forza con cui si radicano nella mente umana le permettono di sopravvivere nel corso dei millenni, in modo quasi immutabile.